Differenza fra capire e comprendere? E condividere?

By 8 giugno 2017Post

Mi piace cercare il significato delle parole: Accademia della Crusca, Treccani, etimo.it, Wikipedia…
Certo, con le parole di tutti i giorni non è facile farsi venire dei dubbi, per convenzione e per abitudine crediamo che i significati siano chiari, acquisiti, comuni.

Ad esempio fra “capire” e “comprendere” spesso si fa confusione.
Quante volte chiediamo, dopo aver dato un’informazione, “Hai capito?”
Oppure lo aggiungiamo noi alla fine del discorso: “Ho capito! Hai parlato, ci sento, ho capito, non sono mica…”

Ma spesso usiamo il vocabolo anche quando l’oggetto è più sensibile: “So che tu puoi capirmi…”, oppure lo affermiamo autocertificandoci: “Ti capisco…”.

Siamo sicuri che “capire” abbia sempre il medesimo significato?

Grazie al mio lavoro di formatrice mi sono abituata ad usare “capire” solo quando sono di fronte ad un’informazione e solo quando il check è facile e veloce.
“Ci vediamo alle 17.00 da te, hai capito?” “Certo, alle 17.00 da me!”
“Sono arrabbiata e non voglio parlare, hai capito?” “Sei arrabbiata e non vuoi parlare, ho capito.”

Ma il fatto che una persona abbia capito che sono arrabbiata, o triste, o preoccupata, non significa che abbia fatto proprio il significato che IO do a queste parole e le ragioni che mi portano a sentirmi così.
Come fai a fare un check quando in ballo ci sono le NOSTRE personali e soggettive attribuzioni di significato sulle cose che ci accadono.

Ed ecco che se dici a qualcuno che ti sta organizzando un evento (un esempio a che caso, eh?) che vuoi qualcosa di “rilassante e accogliente”, 9 su 10 questo qualcuno ti dice “ho capito”.
E forse ha ragione, giacché ha sentito le 2 parole che hai usato.
E 9 volte su 10 crede anche di aver compreso, giacché sa cosa significa, PER LUI, “rilassante e accogliente”.
Solo 1 volta su 10 ti senti dire “cosa significa PER TE rilassante e accogliente?”

[Provate a fare questo gioco: registratevi intanto che vi dite cosa significa PER VOI “rilassante e accogliente”. Non usate sinonimi, descrivete, dettagliate: quando una cosa è per voi rilassante che caratteristiche ha? E quando è accogliente? Non accontentatevi delle prime descrizioni, andate avanti. E poi riascoltatevi… scoprirete che i significati non si posseggono una volta per tutte, si costruiscono con pazienza.]

Alla fine il nostro bravo consulente (sì, è un’azione di counseling, per questo non è così frequente) vi dirà “Ho compreso, cioè ho fatto mio il significato che TU attribuisci a rilassante e accogliente, adesso so cosa vuoi TU e non cosa vorrei io al tuo posto.” (sport nazionale…).

Questo vuol dire mettere al centro l’altro e non noi stessi.
Questo è orientamento al cliente e al suo bisogno.
Il resto è, molto spesso, una frittura di aria.

Ora il difficile è se scopri che quello che lui chiama “rilassante e accogliente” tu lo chiameresti “la morte civile” e non condividi affatto il significato che lui attribuisce a quelle parole.
Oppure se pensi che sarebbe meglio se l’evento fosse “divertente e intrigante”.

Siamo capaci di capire e comprendere anche quando non condividiamo?

Mettere l’altro e la relazione con l’altro al centro significa proprio fare questo sforzo: non considerare il nostro pensiero l’ombelico del mondo ma legittimare il nostro interlocutore a dire di cosa ha bisogno e aiutarlo ad esplorare i suoi significati.
Ciò è possibile solo se il nostro interlocutore coglie che non lo stiamo giudicando e ci sente affianco ad aiutarlo a realizzare il SUO progetto e non il nostro.

Onestamente non so se ce la faccio sempre con i miei clienti.
Ci provo e mi impegno, questo è sicuro…

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